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Star System, se non ci sei non esisti: la recensione di PiacenzaSera

STAR SYSTEM. SE NON CI SEI NON ESISTI

Il sogno di ogni cinefilo è accedere per una volta al mondo dorato delle star che incarnano i protagonisti di ogni storia sul grande schermo, vedere in tre dimensioni, magari addirittura toccare l’eroe o l’eroina dei suoi desideri. Di solito, se il sogno si realizza, ci si risveglia delusi. E’ così per il protagonista di Star System, una commedia rosa che, pur usando alcuni attori di successo (Kirsten Dunst, Jeff Bridges e Gillian Anderson) non brilla né per originalità né per gradevolezza, e ovviamente, per lo spettatore, soprattutto l’appassionato di cinema che si lascia adescare dalle promesse della pellicola.
Sidney Young (Simon Pegg), giornalista guastafeste di un piccolo e irriverente magazine inglese, la Post Modern Review, grazie alla sua disastrosa intraprendenza riceve un’offerta a New York dalla Sharps, la rivista più patinata e ossequiosa delle star. Il direttore Clayton Harden (Jeff Bridges), lo assume in un attacco di nostalgia, ricordando i bei tempi in cui anche lui scriveva di cinema senza piegarsi alle leggi della pubblicità, degli agenti cinematografici, dei gossip programmati e di tutto ciò che svilisce lo splendore della Settima arte. La vita sotto i riflettori è per Sidney comunque difficile. Nessuna gratificazione, anzi, ostacoli da parte del responsabile della rubrica “Io spio”, a cui viene assegnato Sidney, e della collega (Kirsten Dunst). Il suo desiderio di purezza, di parlare di cinema liberamente  stroncando pubblicamente tutto ciò che non tollera e adorando ciò che gli piace, viene messo a dura prova dall’incontro con la bella Sophie Maes (Megan Fox), attrice di belle speranze guidata da un’agente astuta e potente (Gillian Anderson). Attraverso il “vero” cinema, quello in bianco e nero di La dolce vita, e dopo una serie inenarrabile di peripezie, percorsi di abiezione, Sidney riscopre la sua vocazione e torna sulla retta via.
A poco servono le ammiccanti citazioni cinematografiche, più o meno apertamente dichiarate (da Troy a Hollywood Party): Simon Pegg non è Peter Sellers, Robert B. Weide non è Blake Edwards e persino Kirsten Dunst quasi si spegne in questa commedia che, più che altro, sembra la piatta trasposizione commerciale di un bestseller (Un alieno a Vanity Fair, la storia vera e, pare, molto più divertente, del giornalista Toby Young).
Solo Jeff Bridges resiste. Per forza. Star System può provare a distruggere tutto, ma niente e nessuno riusciranno  mai ad intaccare il mito del Grande Lebowsky. A proposito, per chi avesse un po’ di tempo: visitate il suo sito ufficiale (www.jeffbridges.com), inaspettatamente e straordinariamente fantasioso.

Alessia Strinati

 
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